«La terra… il suolo umido… le mani di mio padre… la fattoria in cui sono cresciuta… prima che tutto cambiasse.»
Qualcosa di lontano, di fragile, balenò nei suoi occhi.
«Era come se… qualcuno mi stesse richiamando.»
L'ospedale iniziò a cercare la ragazza.
All'inizio non riuscirono a trovarla.
Scomparve di nuovo negli spazi invisibili da cui era venuta.
Ma Jonathan insistette.
«Trovatemi», disse.
«Vi prego.»
E finalmente la trovarono.
Quando Lila tornò, rimase sulla soglia, a capo chino, con le mani strette l'una all'altra.
«Mi dispiace», sussurrò.
«Non volevo causare problemi.»
Jonathan la fissò a lungo.
Poi alzò lentamente la mano – ancora debole, ancora tremante – e gliela tese.
«Non stavi causando problemi», disse a bassa voce.
Nella sua voce c'era più di semplice gratitudine.
"Mi hai ricordato che sono ancora qui."
Lila alzò lo sguardo, confusa.
"Tutti mi trattavano come se non ci fossi più", continuò.
"Come se fossi solo... un corpo."
"Ma tu mi hai parlato come se appartenessi ancora a questo posto."
Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime.
"Pensavo solo che ti sentissi sola", disse a bassa voce.
Jonathan sorrise: un sorriso dolce e fragile, ma sincero.
"Lo ero", disse.
Nelle settimane successive, Jonathan si assicurò che la vita di Lila cambiasse per sempre.
Pagò i debiti di sua madre.
Le offrì un'istruzione, così che non dovesse mai più percorrere i corridoi dell'ospedale.