Mi sentii come se una granata mi fosse esplosa nel petto.
La mia unica principessa, che amavo come se fosse il tesoro più prezioso del mondo, veniva umiliata e chiamata affamata proprio nella scuola che era mia?
BANG!
Sbattei la porta con tanta forza che l'impatto rimbombò in tutta la classe.
I bambini smisero di bisbigliare e si voltarono verso di me, immobili.
Quando Mia mi vide, scoppiò in lacrime ancora più forte e corse ad aggrapparsi alle mie gambe.
"M-Mamma... il mio cibo... l'ha buttato via..." singhiozzò.
La presi subito in braccio e la strinsi forte al petto per consolarla. Poi guardai la signorina Valeria. Una furia gelida e feroce mi ardeva negli occhi.
"Cosa hai fatto a mia figlia?" le chiesi, con una voce così aspra da far tremare i muri.
La signorina Valeria rimase immobile per qualche secondo. Ma non appena vide la mia semplice maglietta e i jeans scoloriti, il disprezzo tornò a dipingersi sul suo volto. Mi squadrò da capo a piedi con una smorfia di disgusto.
"Allora sei la madre di questa bambina?" disse, con la mano sul fianco. "Non c'è da stupirsi che abbia portato quel cibo. Che lavoro fai? La lavandaia? La venditrice al mercato? Non so come tu abbia ottenuto una borsa di studio a Santa Catalina, ma non appartieni a questa scuola. Questa scuola è per famiglie benestanti, non per gente comune come te."
"Ed è per questo che pensi di avere il diritto di buttare via il cibo di una bambina di sei anni?" chiesi, reprimendo un impulso irrefrenabile di distruggerlo lì, davanti a tutti.
"Certo! Perché sono l'insegnante e le regole le faccio io in questa classe!" urlò. Poi afferrò l'interfono a muro. "Sicurezza! Chiamate subito il preside! C'è una piantagrane qui dentro che deve essere portata fuori."
L'arrivo del regista
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