Ewa si chiuse a chiave in camera sua. La notte trascorse in silenzio, interrotto solo dal ticchettio dell'orologio. La mattina, Marek sbatté la porta. Non tornò la sera. Nei giorni successivi, "stava da mamma" sempre più spesso. Anna chiamò, quasi per caso: "Ewa, hai litigato? Voglio aiutarti". Marek era preoccupato. "Abbiamo bisogno di spazio", rispose lei con calma. "Ce la faremo". Finalmente venne a trovarla nel fine settimana. Si sedette vicino alla finestra, con le labbra serrate. "Credo che mi trasferirò da mamma per un po'", disse senza guardarla. "Lo volevi tu". Ewa annuì soltanto. Le faceva male, ma senza piangere. Il vuoto le sembrò il primo respiro di libertà dopo tanto tempo. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Ewa tirò un profondo sospiro di sollievo. Poi, passo dopo passo, iniziò a portare via le sue cose. Senza rabbia, solo con la consapevolezza che ne aveva abbastanza. Verso sera, l'appartamento tornò a respirare. Silenzio, luce calda, profumo di caffè. Il suo spazio era tornato. Una settimana dopo, incontrò di nuovo Klara.
In un piccolo caffè vicino alle finestre. "Allora? Hai deciso?" chiese. "Sì. Se n'è andato. E sai, non è poi così male. Era peggio sentirsi un'ospite in casa propria." Klara sorrise: "Quindi ora sei una vera padrona di casa. Senza bisogno di annotazioni." Dentro, Ewa prese una tazza nuova dallo scaffale, si versò del tè e aprì la finestra. Profumava di pioggia e di libertà. Sul davanzale c'era la stessa cheesecake al limone, un promemoria del limite che aveva finalmente stabilito. Il suo telefono vibrò: un messaggio di Marek. "Scusa, mi manchi." Lo fissò a lungo, poi spense lo schermo. Ogni limite inizia con un semplice "no". E oggi, Ewa finalmente lo disse, senza lacrime, senza urlare, ma con sicurezza. E fuori dalla finestra, stava iniziando un nuovo giorno: il suo giorno.